sapete, ci sono momenti della mia giornata in cui mi sento come se stessi perennemente guardando fuori dal finestrino del pullman. vedo passare davanti alberi, piane, distese d'erba di tutti i colori, animali, spazzatura. e ogni volta mi ci perdo in queste visioni immaginarie. per questo credo che uno dei miei scrittori preferiti sia james joyce. mi ha insegnato lo stream of consciusness, ovver il "flusso di coscienza". noi pensiamo in maniera completamente disordinata, ci facciamo viaggi incredibilmente lunghi e lontani nell'eternità di un secondo, ma in realtà i nostri pensieri non sono mai a casaccio. uno è legato all'altro da un legame tanto forte quanto sottile. il minimo particolare ci rimanda a quando eravamo piccoli, poi a 10 minuti fa, poi a 3 giorni fa e così via. e così è la vita. è un continuo rimando al dopo, al prima o al presente. non si è mai solo in un posto; si è in due o addirittura in tre posti contemporaneamente. aspettando quell'eterno capolinea che sembra non arrivare mai.
per molti il capolinea è la morte, per altri è l'amore, per altri ancora la felicità. io non so quali dei 3 scegliere ma credo che la scelta più opportuna sia: per me il capolinea è il luogo in cui la linea va a capo. dire che qualcosa finisce è brutto. e pur dicendo che il capolinea è la felicità, una volta raggiunto il tutto finisce. la vita è un lungo viaggio in pullman, scendendo al capolinea il pullman si ferma. e tutto quello che hai guardato fuori dal finestrino non ci sarà più.
vorrei una linea che vada a capo per poter continuare questo viaggio; odio la parola fine. tra me e me aggiungo sempre "per ora" perché non c'è mai una fine, e la morte stessa non è una fine. niente finisce. semplicemente cambia.
sperare di non voler mai sentire la parola fine è un po fanciullesco, lo ammetto. ma quando ti muore la speranza, essa cambia forma. "nulla si crea, nulla si distrugge: tutti si trasforma"
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