giovedì 10 ottobre 2013

capitolo 2. mattino. elisa.

se c'è una cosa che proprio non tollero è la gente che al mattino si sveglia positivo, ottimista e sereno. non c'è nulla di cui essere felici la mattina. non la mattina del mio 12esimo compleanno sapendo che l'unico posto dove si faranno i festeggiamenti sarà in cimitero, vicino alla mia tomba. essere morti fa schifo. non so come funzioni ma è diciamo come essere legati ad un guinzaglio molto lungo. è come se da certi luoghi non ci si potesse allontanare. come in amore.
  non ricordo bene il mio passato, ricordo di vista mio padre. quell'infame. chiamarlo padre è davvero uno sforzo immenso per me. non è mai stato un padre, ed è difficile credere che sia stato un uomo. mi ha sempre trattata come se fossi un poster; mi appiccicava e fin quando non cadevo non mi teneva d'occhio. MAI. mai una volta che mi augurasse un buon compleanno o che mi facesse un regalo. mai una volta che mi aiutasse con la scuola e con lo studio. è frustrante vivere in casa con un essere come lui. quando mi guardava si metteva le mani in testa, nella sua testa pelata e se ne andava con quella camminata robotica e monotona. tutte le volte così. ma vabbè, sono cose che in 12 anni ci fai l'abitudine. e riesci persino ad essere in pace con te stessa. ma non dopo la propria morte, no. assolutamente. dopo la sua morte. il bello di essere quello che sono è il fatto che posso essere incorporea e invisibile tanto quanto fisica e visibile. ed è bello perché se uccidi non ti sporchi di sangue le mani. come sono stata bene quel giorno.

questo è il lato ambiguo dell'essere "quello" che sono io. vivo tra i mostri della mia infanzia, ma me ne posso liberare quando voglio. il problema che la mamma dei mostri è sempre incinta. e io vivrò per sempre. è un problema senza soluzioni.
  ho come una fotografia impressa in testa, di quando ho ucciso mio padre. mia madre non so dove si trovava e a volte fatico a credere di averne avuta una. soprattutto perché di lei non c'è traccia. né foto, né album di memorie. il vuoto. ma di lui, oh si che me ne ricordo. ricordo il tutto come fosse successo 5 minuti fa. al solo pensiero mi tremano le mani e il sorriso malefico compare in automatico.
  erano le 10 di sera, del 10/10/10. erano ormai 5 anni che ero morta. lui entra in camera, contento o ansioso per qualcosa. era nudo. bianco come le coperte che ricoprivano il letto. come l'armadio pieno di oggetti metallici dalla dubbia utilità e dalla dubbia locazione. bianco come i miei occhi vitrei. ma non di certo come il suo sangue. un rosso acceso ma scuro. quel rosso ricoprì ogni angolo del suo corpo, spruzzi qua e là sullo specchio e sull'armadio. e una macchia all'angolo destro ai piedi del letto. il suo corpo rimase per qualche istante in piedi e i suoi occhi mi guardarono per pochi centesimi di secondo prima di accorgersi che il suo capo e le sue braccia erano completamente separate dal resto del corpo. ed in quel momento un tonfo avvisò che il suo corpo si era accasciato con violenza al pavimento marmoreo.
  non mi capacito con quale coraggio ci abbiano sepolti nello stesso cimitero. e non capisco come facciano queste persone, il giorno del mio compleanno, a onorare quel vecchio pelato. il mio pseudo-papà, il killer delle speranze, l'assassino di sua figlia. dell'unica sua figlia. è un peccato che debba assistere a questo spettacolo ed è un peccato che in questo cimitero debbano fare spazio per altre 3 bare con altrettanti corpi dentro.
  il bello di essere morti è il freddo, l'emanare freddo; e davanti alla tomba di mio padre, dietro questi 3 individui devoti a lui, la temperatura sta calando in fretta. bu.

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